Maschera di pelle

Ho imparato a tenermi stretto tutte le mie banalità.
Sono perso nelle strettoie della vita,
cerco le stagioni sulla punta delle dita,
non capisco come fare i conti con le persone,
con la loro ingenuità.
Faccio a pezzi ciò che rimane di ciò che mi rimane,
lascio agli altri l’impressione di non ricadere nel pregiudizio,
nel gioco di ruoli, nella finta innocenza di queste ombre strane.
A tratti penso, a tratti scrivo, rilascio ostilità.
Forse barcollo in questa sobria ebbrezza,
nell’alterità di situazioni che ci soffocano,
che ci spezzano e non lasciano un barlume, qualche istante di felicità.
Mi ritrovo quando piango, quando mi dimentico di recitare,
quando me ne frego della mia capacità di resistere all’urto delle cose,
delle ipocondrie e delle mie fragilità.
Forse mi importa troppo che mi capiate,
che vi ostiniate a tradurre in parole l’emozione ed il dolore che mi porto dentro,
che mi trascina fuori, che mi sbatte fuori,
delle cose che mi restano, di cui non ricordo le date.
Ho bisogno di gridare,
poi di ridere,
poi di soffrire,
poi di vivere.
Vivere qualcosa, dentro qualcuno,
dentro qualcosa che non è di nessuno,
che mi separa da me,
dall’inconsistenza dei miei sogni,
dall’equilibrio dei secondi,
sul filo della vita che mi porta alla realtà.

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